Rubrica radiofonica quindicinale in diretta su RVS, dedicata al commento e all’analisi delle notizie del giorno all’interno della trasmissione di attualità condotta da Claudio Coppini e Roberto Vacca.
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MERCOLEDì 23 SETTEMBRE
Nell’intervista di oggi, Giuseppe Lumia, intervistato da Claudio Coppini e Roberto Vacca, commenta i principali fatti del giorno.
Dalla scuola all’ONU, dal welfare ai testimoni di giustizia: l’intervista richiama una stessa responsabilità, costruire una società che non escluda ma accompagni, includa e protegga.
I temi affrontati nella puntata odierna:
SCUOLA, INCLUSIONE E FUTURO: UNA SOCIETÀ CRESCE QUANDO NON ESCLUDE
La storia dell’inclusione italiana – Le polemiche sulla scuola italiana rischiano di dimenticare una grande storia: quella dell’inclusione nella Repubblica. La scuola è stata il luogo in cui tanti ragazzi del Sud, figli di emigranti interni, hanno potuto emanciparsi dai pregiudizi e diventare pienamente cittadini italiani. Lo stesso avviene con la disabilità: da problema da nascondere a risorsa da valorizzare.
L’inclusione è una risorsa, non un limite – Lo stesso principio vale oggi per gli studenti di origine straniera. Non servono percentuali o logiche di separazione: serve rafforzare gli insegnanti e gli strumenti educativi affinché la presenza delle differenze diventi una risorsa, come dimostrano molte esperienze positive della scuola italiana.
Il problema è insieme demografico e culturale: i Paesi crescono quando sanno affrontare la demografia con intelligenza e quando scelgono di includere invece di discriminare.
DEFICIT SOPRA IL 3%: UNA GELATA SUL PAESE
Un dato che interroga l’Italia e l’Europa – Il deficit che resta sopra il 3% è una gelata sul Paese e apre a due letture. La più maliziosa è che il centrodestra abbia scelto di non forzare questa fase per evitare conflitti interni potenzialmente laceranti, in attesa di liberarsi dei vincoli europei e poter puntare con maggiore forza sull’aumento della spesa militare.
Ma c’è una seconda lettura, ancora più severa: il dato fotografa la fragilità dei nostri conti e impartisce una lezione non soltanto all’Italia, ma a tutti i Paesi europei, Germania compresa. Pensare di portare la spesa militare al 5% è una follia: per l’Italia significherebbe comprimere welfare, sanità, scuola e politiche sociali, togliere risorse ai territori chiamati a curare le ferite profonde del cambiamento climatico e non dare alcun respiro all’economia, soprattutto al ceto medio-basso.
In una situazione così delicata, usare il bilancio in modo strumentale ed elettorale è un lusso che l’Italia non può permettersi. La sicurezza non può essere costruita facendo pagare il conto alla coesione sociale.
FEDE E SCIENZA: UN DIALOGO AL SERVIZIO DELL’UMANITÀ
La scelta dei Testimoni di Geova di accettare la trasfusione apre una riflessione più ampia: fede e scienza non devono essere viste come mondi contrapposti. Quando il confronto è autentico e fondato sul dialogo, possono incontrarsi e contribuire insieme al cammino dell’umanità. La sfida non è scegliere tra fede e ragione, ma costruire una sintesi capace di mettere entrambe al servizio della persona.
ONU AL BIVIO: RAFFORZARE IL DIRITTO INTERNAZIONALE O ACCETTARNE IL DECLINO
L’ultima grande sfida delle Nazioni Unite – Il discorso di addio di Guterres richiama alcune delle grandi emergenze del nostro tempo: guerre, rischio di pulizia etnica, crisi climatica e trasformazioni tecnologiche come l’intelligenza artificiale. L’ONU si trova davanti a un bivio storico: un declino inesorabile oppure un rilancio attraverso un rafforzamento del diritto internazionale.
L’Italia deve scegliere il proprio ruolo – L’Italia rischia di arrivare impreparata a questo appuntamento. Da una parte si allontana dalle grandi questioni sociali interne, preferendo spesso leggi che distraggono dai problemi strutturali; dall’altra rischia una posizione subalterna nei rapporti internazionali.Quando l’ONU discute del destino dell’umanità, l’Italia non può mancare: deve scegliere se essere protagonista o spettatrice.
DENISE COCCO E LEA GAROFALO: LO STATO NON PUÒ ABBANDONARE I TESTIMONI DI GIUSTIZIA
Lea e Denise, uno schiaffo al Paese – La morte di Denise riapre una ferita profonda. Denise ha vissuto fin da bambina dentro la violenza della ‘ndrangheta e, come sua madre Lea Garofalo, ha avuto il coraggio di rompere con quel mondo e di scegliere la verità. Le storie di Lea e Denise sono uno schiaffo a questo Paese e ci obbligano a interrogarci su come lo Stato tratta e accompagna i testimoni di giustizia.
Un testimone è prima di tutto una persona – Su questo tema mi sono battuto a lungo. Presentai allora un’interrogazione parlamentare durissima e fui relatore della legge sui testimoni di giustizia. E continuo a denunciare un limite che non abbiamo ancora superato: troppo spesso lo Stato considera il testimone come un problema da gestire, anziché come una persona da proteggere e accompagnare.
Nel caso di Denise, lo Stato non poteva lavarsene le mani una volta uscita dal programma di protezione. Doveva continuare a seguirla e accompagnarla, cercando di comprendere quel dolore profondo che portava con sé fin da bambina. Perché un testimone di giustizia è prima di tutto una persona. La ‘ndrangheta è un’organizzazione.
Contro un’organizzazione deve esserci lo Stato – Contro la forza di un’organizzazione deve esserci la forza dello Stato, non la solitudine della persona. Abbiamo norme e strumenti, ma bisogna applicarli fino in fondo. Lo denuncio da anni: non possiamo chiedere a qualcuno di rompere con la mafia e poi lasciarlo solo a convivere con le conseguenze di quella scelta.



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