GLI STATI UNITI D’EUROPA, UN’UTOPIA NECESSARIA.

GLI STATI UNITI D’EUROPA, UN’UTOPIA NECESSARIA.

Siamo dentro un vorticoso e drammatico cambiamento; non è esagerato definirlo addirittura un passaggio d’epoca.

Le democrazie rischiano di saltare, il diritto internazionale è stato ampiamente compromesso, i diritti umani vacillano dappertutto.

internazionale è stato ampiamente compromesso, i diritti umani vacillano dappertutto.

C’è una speranza per le nostre società europee? Sì, a patto di rompere gli indugi e avviare dal basso il processo costituente dell’Europa Federale.

Ho partecipato con convinzione e passione alla terza tappa della Scuola di politiche europee organizzata in Piemonte dal Comitato Do Something (Fai qualcosa), guidato da donne straordinarie – Rori Sforza, Gigia D’Abbene, Florinda Maisto e Chiara Vanze – in collaborazione con il Movimento Federalista Europeo e il Partito Paneuropeo Volt.

“Nell’ora più buia” siamo chiamati ad operare con visione, progettualità e concretezza.

Di seguito trovate la mia relazione alla terza lezione della Scuole di Politiche Europee di Torino.


IL FUTURO DELL’EUROPA: “FINE O TRASFORMAZIONE DI UN MITO?”
di Giuseppe Lumia, già Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia

L’Unione Europea, con il suo attuale assetto istituzionale confederale intergovernativo, non regge più l’impatto con il cambiamento epocale della geopolitica globale e con essa delle trasformazioni economiche, sociali e culturali.

L’Europa, per secoli e secoli, è stata il teatro di violenze e guerre sanguinose. Nonostante fosse l’epicentro mondiale delle innovazioni tecnologiche e delle culture emancipative della condizione umana i conflitti interni ed esterni sanguinosi restavano la costante delle relazioni di potere tra gli Stati e Staterelli così pure degli Imperi vecchi e nuovi.

Dopo la tragedia di ben due conflitti mondiali, dopo aver subito il totalitarismo più disumano che l’umanità moderna abbia potuto realizzare, quello nazi fascista, in Europa si è creduto, voluto e lavorato finalmente per la Pace, ma le classi dirigenti non hanno saputo costruire
una vera, completa, sostanziale e strutturale unità.

Ci si è fermati a metà strada, aggrovigliandosi con l’Unione Europea in un sistema ibrido, complesso e burocratico, nel quale a decidere sono sostanzialmente i capi di governo, più preoccupati di coltivare i destini elettorali interni ai singoli Paesi che non il destino comune e decisivo dei cittadini, degli interessi comuni e del futuro dell’Europa.

Adesso, con tutto il carico della sua storia, l’Europa si trova drammaticamente a un bivio:

  • da una parte c’è la strada buia e regressiva del ritorno indietro, al neo nazionalismo, più coerente con il modello strettamente e classicamente confederale;
  • dall’altra c’è la strada più luminosa, necessaria e progressiva, oltre che carica di speranza, del più innovativo modello federale, già agognato dal Manifesto di Ventotene, da leader come Churchill stesso e dai diversi padri intellettuali e politici del lungo e travagliato cammino verso l’unità europea.

È il tempo, pertanto, della scelta. È più che mai necessario imboccare la via più giusta.

Il contesto geopolitico mondiale non concede tregua: sta subendo, infatti, un cambiamento senza precedenti. È un contesto immerso pienamente in una inedita e convulsa transizione da un’epoca all’altra.

Le sfide aperte sono tante e tutte piuttosto drammatiche:

  • il ricorso alle guerre di aggressione e ibride come regolazione delle controversie e come affermazione degli interessi di potere ed economici a discapito dei fondamentali presenti nel diritto internazionale e dei più elementari diritti umani, come possiamo constatare quotidianamente nei vari teatri: in Venezuela, in Ucraina, nella Striscia di Gaza, in Sudan e in decine di altri conflitti sparsi per il mondo, in quella che Papa Francesco aveva definito profeticamente il dispiegarsi di una “terza guerra mondiale a pezzi”;
  • il cambiamento climatico, che avanza inesorabilmente a ritmi drammatici, messo in discussione apertamente nei vertici internazionali privando l’umanità e il contesto ambientale di risposte adeguate, nonostante produca danni devastanti e benché si sia superata la decisiva soglia di un grado e mezzo di innalzamento del riscaldamento globale;
  • la crescita fuori controllo dalla politica delle disuguaglianze di reddito, innanzitutto, ma anche quelle di genere, generazionali e territoriali, con le annesse discriminazioni, che stanno erodendo qualsiasi forma di coesione anche nelle democrazie occidentali, al punto da far emergere leadership e impostazioni politiche ed economiche sovraniste, populiste e autoritarie;
  • le innovazioni tecnologiche in mano ai nuovi leader dell’economia globale, del tutto prive di governance democratiche, veicolate dal controllo dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie, del web, dell’economia digitale e dei sistemi satellitari e spaziali;
  • la pervasiva diffusione delle mafie globali, che con il narcotraffico e le numerose e svariate altre attività illecite minacciano l’esistenza di milioni di esseri umani e mettono sotto scacco l’economia legale e la stessa capacità delle entità statuali e internazionali di contrastarle adeguatamente.

La Cina e gli Stati Uniti sono i principali protagonisti della destrutturazione della governance globale che si è dispiegata a partire dal secondo conflitto mondiale.

Vedono l’Europa unita come un problema e considerano il Vecchio Continente, al massimo, come un ottimo mercato di consumo, ricercando con i singoli Paesi accordi solo bilaterali e praticamente subalterni ai loro interessi economici e geopolitici.

Anche la Russia vuole avere un ruolo centrale: ha avviato, con il ricorso alle armi, all’interferenza sui canali web e con l’uso delle proprie risorse energetiche, una rincorsa per la conquista del ruolo di superpotenza mondiale. Ritiene che una parte del continente europeo, soprattutto quella sotto il dominio o l’influenza dell’ex URSS, le appartenga e persegue l’obiettivo di annetterla, a costo di consumare guerre devastanti. Per il resto, sul destino dell’Europa e sulla destrutturazione della governance internazionale, è sulla stessa lunghezza d’onda di Stati Uniti e Cina.

I Paesi emergenti, in particolare il Brasile in America Latina, il Sudafrica nel continente africano e l’India in quello asiatico, puntano a una “terza via”, ma per adesso diffidano degli Stati Uniti e guardano all’Europa con grande attenzione, pur essendo costretti a prendere atto della sua sostanziale irrilevanza.

In sintesi, l’Europa vive la transizione geopolitica mondiale subendola, al punto che tutte le analisi sul suo declino o addirittura su un prossimo sfaldamento risultano purtroppo pertinenti e incalzanti.

Possiamo riassumere la “questione Europa” in una domanda tranchant: è la fine o la trasformazione di un mito?
Certamente, se l’Unione Europea rimane nell’attuale assetto istituzionale ibrido, contraddittorio, paralizzante e burocratizzato, non potrà sottrarsi agli esiti più micidiali della fine del suo percorso unitario.

La Russia di Putin e gli Stati Uniti di Trump, in particolare, sentono che è l’occasione giusta per destrutturare definitivamente l’Europa come entità autonoma culturale, sociale, economica e politica. Si sono avventati contro di essa con una violenza e una caparbietà senza precedenti, almeno rispetto agli equilibri e alle alleanze geopolitiche determinate dalla fine della Seconda guerra mondiale e dagli assetti emersi con gli accordi di Yalta. La Cina, invece, è convinta che la sua strategia commerciale e la sua forza produttiva, insieme alle strategie innovative dell’energia sostenibile, dei microchip e nanochip e dell’intelligenza artificiale, piegheranno via via i Paesi europei alla sua inesorabile egemonia.

L’attendismo ipocrita delle attuali leadership europee, che consiste nel cercare di minimizzare i danni provocati da un prolungato immobilismo dovuto all’assetto istituzionale inclinato sul versante confederale, è di fatto funzionale alla disgregazione dell’unità europea.

Lo stesso vitalismo retorico e unilaterale dei singoli Paesi, come il nostro, è un modo mascherato per consegnarsi all’egemonia dell’amministrazione Trump o di quella di Putin o, più in là, di quella cinese.

Non è più il tempo di tergiversare in illusioni o tatticismi.

È possibile trasformare e rilanciare il mito dell’Europa, nel senso unitario della sua storia?

Sì, ma ad alcune stringenti condizioni:

  • bisogna avere chiaro che il modello coerentemente federalista è l’unico in grado di garantire la vera unità europea;
  • bisogna avviare una fase culturale, sociale e politica chiaramente costituente dell’Europa federale;
  • la fase costituente deve essere ben preparata nella società e deve avere come coprotagonisti il mondo dei saperi e delle università, il mondo delle reti sociali del volontariato organizzato e del terzo settore, il mondo dell’economia produttiva e sindacale, oltre a quello, ovviamente, della politica democratica;
  • la politica che ha nel proprio progetto l’unità europea deve alimentare nella società e guidare nelle istituzioni, soprattutto europee, il processo costituente;
  • la politica a scelta federalista deve sapere valorizzare e rigenerare la specificità europea che consiste nella presenza di un welfare avanzato, nel benessere del ceto medio, nella tutela attiva delle fasce marginali, nella promozione dei diritti civili e sociali, nella partecipazione ai processi di governance delle istituzioni locali, nazionali e federali;
  • i movimenti federalisti devono superare i conflitti, ritrovare solide convergenze e costruire alleanze con i soggetti sociali avanzati del terzo settore e del volontariato.

Le tappe di un percorso costituente federale europeo sono principalmente tre.

La prima tappa deve essere culturale e sociale, promossa attraverso una sorta di “costituente della strada”, per creare le condizioni sociali di un’ampia condivisione, soprattutto tra le nuove generazioni disponibili, del percorso verso l’Europa federale.

La seconda tappa deve prevedere una chiamata alla scelta federale di tutte le forze politiche disponibili, in modo che possano convergere, senza stupide egemonie, sul percorso costituente.

La terza tappa deve essere avviata attraverso le prossime elezioni europee, in occasione delle quali bisogna sfidare le forze sovraniste nazionali con un programma chiaro sui passaggi costituenti e sui referendum da svolgere nei Paesi che decideranno di essere membri fondatori dell’Unione Federale Europea.

In conclusione, la crisi attuale dell’Unione Europea non può essere affrontata con una gestione regressiva e minimalista sui versanti culturali, sociali e politici. Piuttosto, sono necessarie visione, progettualità, condivisione, partecipazione e decisione per aprire un’epoca nuova del cammino europeo: è il tempo di realizzare l’Utopia necessaria dell’Europa a assetto federale.

FOCUS MAFIE

Adesso mi preme sviluppare un focus sulle mafie che rimangono una sfida peculiare e decisiva per il futuro dell’Europa Federale.

La prima consapevolezza che dobbiamo avere è sulla caratteristica peculiare della mafia presente in Europa e nel contesto globale.

La mafia è il genere, che si articola in diverse specie: cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, casalesi, stidda e, all’estero, mafia cinese, albanese, nigeriana, russa, slava…

Le mafie sono territoriali e globali. Le antimafie sono purtroppo al massimo locali.

C’è pertanto un’asimmetria che vede le istituzioni democratiche, l’economia legale e i soggetti della società civile organizzata soccombere.

Cosa fare?

Intanto bisogna mettere a fuoco i punti di forza del “genere mafia”:

  • Il vincolo associativo. È totalizzante e perenne, non si può rompere, se non perdendo la vita o tramite la collaborazione. È un vincolo che prevale sull’appartenenza familiare, religiosa, sociale e statuale. Perfino in occasione dei colloqui con i figli, durante la permanenza in carcere, l’unica priorità dei boss mafiosi è usarli per trasmettere all’esterno i messaggi di comando diretti ai capi o reggenti e agli affiliati.
  • ⁠La combinazione tra tradizione e innovazione. Il vincolo di appartenenza è antichissimo mentre le modalità operative sono sempre in continua evoluzione, dall’uso dei riti religiosi ed esoterici per l’affiliazione al gioco finanziario nei grandi circuiti del riciclaggio.
  • ⁠L’agire locale e globale. Il radicamento nel territorio è sempre un punto fermo così la capacità di stare dentro i processi ampi di collegamento internazionale. Basti pensare al narcotraffico o alle criptovalute, alle guerre e alle alleanze che si consumano nello scacchiere geopolitico.
  • ⁠Il sistema integrato. L’organizzazione mafiosa è composta da diversi lati: quello militare, quello sociale e quello collusivo con l’economia e la politica. Nessuno pensi che, quando viene mostrato l’aspetto economico, non esista anche quello militare. Esempi ce ne sono tanti, dalla strage di Duisburg alla guerra delle grucce.
  • ⁠La capacità di fare sistema nel contesto globale, abbassando i livelli conflittuali e alzando le strategie di convergenza e di pattuizione su tutti i traffici illegali e sulle varie piattaforme del riciclaggio digitale e finanziario.

Le mafie possono articolarsi e caratterizzarsi per provenienza e strategia, ma dobbiamo sempre saper fare i conti con queste peculiarità.

I punti di forza di una nuova strategia antimafia:

  • La conoscenza dei caratteri e dei profili essenziali della mafia. Il livello di penetrazione nei loro gangli vitali non ha precedenti, su ogni caratteristica fondamentale abbiamo un corredo di saperi mai avuti prima. Naturalmente, bisogna sistematizzare, condividere ed essere pronti a comprendere per tempo le evoluzioni.
  • ⁠L’apparato normativo è di alta qualità, basti pensare al Codice Antimafia realizzato in Italia. Naturalmente non va depotenziato, come sta accadendo ad esempio con i benefici penitenziari, che hanno riversato sui territori centinaia di boss di primo livello.
  • ⁠Le capacità investigative delle forze dell’ordine e della magistratura. Non passa giorno in cui non si eseguano misure cautelari e sequestri o non si comminino condanne nei processi. Ovviamente vi è sempre una situazione di emergenza per la carenza di organici e di personale specializzato.
  • ⁠Il lavoro educativo e sociale. Nelle scuole e sui territori si fa un percorso senza precedenti, che purtroppo non viene valorizzato e implementato con risorse umane e finanziarie adeguate alla sfida.

Il salto di qualità di cui abbiamo bisogno:

  • Dall’antimafia del “giorno dopo” a quella del “giorno prima”. Ciò richiede una capacità sistematica e integrata di aggressione: sul piano sociale, per aggredire il welfare mafioso; sul piano educativo, per superare il pensare e sentire mafioso; sul piano militare, per rompere l’egemonia della paura e della intimidazione; sul piano economico, per garantire uno sviluppo nella legalità; sul piano politico, per dare piena sovranità alla democrazia.
  • ⁠Dall’agire locale a quello globale. Abbiamo bisogno di creare finalmente l’Antimafia europea con un Codice omogeneo, una Procura e una Forza di Polizia in grado di colpire i circuiti internazionali dei vari traffici e riciclaggi.

Photogallery