9° RAPPORTO GIMBE – SANITÀ A PIÙ VELOCITÀ: QUANDO IL DIRITTO ALLA CURA DIVENTA UN PRIVILEGIO

9° RAPPORTO GIMBE – SANITÀ A PIÙ VELOCITÀ: QUANDO IL DIRITTO ALLA CURA DIVENTA UN PRIVILEGIO

“La tutela della salute non può essere un privilegio riservato a chi può permetterselo, ma un diritto costituzionale garantito a tutti “

Fondazione GIMBE, 9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale, 2026


Ho deciso di partecipare alla presentazione del Rapporto GIMBE nell’anno in cui la Fondazione celebra trent’anni di straordinaria attività di ricerca, analisi e impegno sullo stato di salute del Servizio Sanitario Nazionale.

La Fondazione GIMBE, ricca di ricercatori preparati e appassionati guidati magistralmente da Nino Cartabellotta, è stata una spina nel fianco degli attori politici e privati impegnati nelle aggressioni al Servizio Sanitario Nazionale. Con rigore, indipendenza e coraggio ha documentato in questi anni il progressivo indebolimento della sanità pubblica, senza limitarsi alla denuncia ma indicando anche percorsi di rilancio e di rigenerazione.

Il 9° Rapporto ci consegna un quadro impietoso, sostenuto da dati oggettivi.

Avevamo nel nostro Paese un modello pubblico di prevenzione, cura e riabilitazione di notevole qualità, in sintonia con quanto scolpito nella Carta Costituzionale, che richiede una sanità universale, coerente con i principi di uguaglianza e di equità anche sul piano territoriale.

Invece di migliorarlo e portarlo in condizioni ottimali per affrontare le tremende sfide poste alla salute dalle trasformazioni locali e globali, lo si è via via indebolito, fino a mettere a rischio la capacità stessa del Servizio Sanitario Nazionale di rendere concretamente esigibile quel diritto universale.

La scelta politica non è stata quella di portare alla luce del sole in Parlamento scelte chiare e nette: rilanciare il servizio pubblico, come sarebbe coerente con una visione progressista, oppure dichiarare apertamente una scelta di privatizzazione.

L’attuale Governo ha scelto la seconda via senza una controriforma rispetto alla legge 833 del 1978, la grande riforma sanitaria legata al nome di Tina Anselmi. Ha proceduto con furbizia e cinismo: non smantellando formalmente il Servizio Sanitario Nazionale, ma lasciandolo progressivamente indebolire attraverso il sottofinanziamento, la perdita di attrattività per i professionisti, la carenza di personale e la crescente difficoltà di accesso alle cure.

Il Rapporto fotografa con dati oggettivi una trasformazione ormai evidente. Il problema non è soltanto la crisi della sanità, ma la progressiva trasformazione di un diritto universale in una sanità a più velocità.

Lo dice con parole chiarissime: «la salute rischia di scivolare da diritto da tutelare a bene da acquistare». In sostanza, chi dispone delle risorse economiche può rivolgersi al privato o alle coperture assicurative, mentre chi non può pagare è costretto ad attendere o a rinunciare.

La catena che conduce a questa situazione è ormai evidente:

sottofinanziamento → carenza di personale e servizi → difficoltà di accesso → aumento della spesa privata → rinuncia alle cure → crescita delle diseguaglianze.

E i numeri raccontano molto più degli slogan.

Tra il 2023 e il 2026 il Fabbisogno Sanitario Nazionale (cioè le risorse pubbliche destinate al finanziamento del Servizio sanitario) è aumentato nominalmente di 17,5 miliardi di euro. È vero, ed è corretto riconoscerlo. Ma se la quota di PIL destinata al SSN fosse rimasta semplicemente quella del 2022, nello stesso periodo sarebbero stati disponibili 18,8 miliardi in più.

Il Rapporto parla significativamente di “tagli invisibili”: il finanziamento cresce in euro, ma diminuisce il peso che la sanità pubblica occupa nelle scelte complessive del Paese.

E l’inflazione racconta l’altra parte della storia: una volta corretto per l’aumento generale dei prezzi, nel 2026 il finanziamento del SSN è sostanzialmente allo stesso livello del 2010, mentre nel frattempo sono aumentati l’invecchiamento della popolazione, le cronicità e i bisogni assistenziali.

Ecco perché l’affermazione “non ci sono mai stati così tanti soldi per la sanità”, tanto decantata dal Governo, racconta soltanto una parte della realtà.

Il punto non è quanti miliardi vengono annunciati ogni anno. Conta quanto valgono realmente, quale quota della ricchezza nazionale viene destinata alla sanità e quale distanza continua a separarci dagli altri Paesi europei.

Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è pari al 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media dei Paesi europei dell’area OCSE.

E mentre arretra la capacità del pubblico di rispondere ai bisogni, cresce ciò che viene pagato direttamente dalle famiglie..

Nel 2025 oltre 42 miliardi di euro di spesa sanitaria sono stati pagati direttamente dalle persone di tasca propria. Nel 2024 più di 5,8 milioni di cittadini hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria: circa 4 milioni per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici.

È qui che la crisi sanitaria diventa questione sociale e democratica.

Quando la possibilità di curarsi dipende dal reddito, dal luogo in cui si vive o dalla possibilità di acquistare una prestazione privata, un diritto costituzionale formalmente universale smette di esserlo nella vita concreta delle persone.

Non serve allora cancellare formalmente la legge 833. È sufficiente allargare progressivamente la distanza tra ciò che il Servizio Sanitario Nazionale promette a tutti e ciò che riesce realmente a garantire. Ed è in quello spazio che avanzano mercato, spesa privata e diseguaglianze.

Il Rapporto GIMBE non si limita a presentare dati e numeri. Va oltre, indicando percorsi di rilancio e di rigenerazione.

Il Piano propone infatti 16 linee di intervento tra cui finanziamento pubblico, valorizzazione del personale, aggiornamento e reale esigibilità dei LEA, prevenzione, integrazione fra ospedale, territorio, domicilio e servizi sociali, governo del rapporto pubblico-privato, trasformazione digitale, ricerca indipendente, riduzione degli sprechi e partecipazione civica.

Si tratta di una base per un programma politico finalmente alternativo e capace di affrontare la sfida della Cura in modo innovativo, sostenibile e di respiro europeo.

Perché la sanità non è soltanto una voce di spesa. È un investimento sulla dignità delle persone, sull’uguaglianza, sulla coesione sociale e sulla qualità stessa della nostra democrazia.