
Le Tre Diocesi in corso di unificazione hanno scelto di organizzare un Corso di Formazione Sociale e Politico per dare seguito alle Settimane Sociali di Trieste, volute dalla Chiesa Italiana per stimolare i cattolici impegnati nelle varie Reti associative e del volontariato a riscoprire e rigenerare l’impegno politico.
Il percorso formativo è stato articolato in diversi approfondimenti dedicati ad alcune delle questioni più rilevanti del nostro tempo, con l’obiettivo di offrire strumenti di conoscenza, capacità di lettura della realtà e spunti di progettazione per il bene comune.
A conclusione del percorso si è scelto di affrontare un tema decisivo per la qualità della democrazia e della convivenza civile: il ruolo della politica nella lotta alle mafie.
Di seguito condivido la relazione che ho presentato nella giornata di formazione del 30 maggio 2026.
LA POLITICA LIBERA DALLE MAFIE
Scuola di Formazione Socio-Politico Interdiocesana “I CARE”
Teano, 30 Maggio 2026
La politica nelle nostre società occidentali è in una fase di crisi strutturale, subisce e paradossalmente alimenta “l’ora più buia” del cammino delle democrazie.
Ha smarrito la dimensione ideale, la capacità di governare processi drammatici e complessi, di motivare all’impegno partecipativo, di promuovere la progettualità e la militanza, di selezionare una classe dirigente preparata.
Ma insieme ad essa sono in crisi, con diverse gradazioni, anche tutte le forme di rappresentanza, da quella sindacale e di organizzazione degli interessi sociali a quella delle reti del terzo settore, sino a quella religiosa. Tutte le forme del “noi” sono in sofferenza, mentre le scorciatoie dell’“io” prendono il sopravvento.
A questo punto, per evitare che si possa ingenerare un’idea rassegnata di fronte allo stato della crisi politica, propongo tre riferimenti storici che definirei motivazionali, cioè in grado di farci comprendere che le fasi di crisi devono essere vissute anche come grandi opportunità per ripensare e riprogettare in questo caso i valori e l’azione della politica.
Il primo riferimento motivazionale è legato al Manifesto di Ventotene. Ricordo che fu pensato nel 1941, in un isolotto sperduto e a dir poco disagiato, dove venivano reclusi gli antifascisti. Invece di rassegnarsi e ripiegare su sé stessi, mentre in Europa il nazifascismo mieteva vittorie su vittorie, Spinelli, Rossi e Colorni seppero seminare la speranza del futuro: l’Europa Federale, quella che oggi è più che mai oltre che un ideale una vera e propria necessità.
Il secondo riferimento ci porta a Londra, nel 1942, mentre la capitale inglese continuava a subire bombardamenti devastanti. La priorità di allora era la sopravvivenza e impedire che tra i cittadini potesse prevalere la disperazione. Proprio in quel momento, un pensatore, WilliamBeveridge, andò oltre l’“essere fare” concreto per soccorrere gli ammalati e i feriti e proteggere la popolazione e utilizzò la dimensione dell’“essere cambiamento” ed elaborò il famoso “Rapporto sulla sicurezza sociale e i servizi connessi”, che ha dato vita al cosiddetto modello di welfare, che ancora oggi caratterizza e distingue l’Europa da altri sistemi politici che vogliono prendere il sopravvento nel contesto della crisi globale. Facciamo riferimento al welfare, che rappresenta anch’esso una sfida attuale più che mai e che deve essere rigenerato.
Il terzo riferimento motivazionale ci porta in Italia, nel luglio del 1943, in un posto meraviglioso, a Camaldoli, nel Casentino toscano, dove si riunivano gli intellettuali cattolici che non volevano soccombere all’egemonia del modo di pensare e di agire del fascismo. Anche in quel contesto così critico non prevalse la rassegnazione, si studiava il modello di democrazia, di Stato, di comunità da riversare nella futura fase costituente. Per non soccombere alla censura fascista, fu elaborato un documento programmatico che prese il nome di Codice di Camaldoli, incentrato su tre capisaldi: la centralità della persona, il valore della democrazia, la promozione della giustizia sociale. Anche oggi tornano il metodo di Camaldoli e soprattutto i suoi contenuti, tanto che di recente è stato elaborato un nuovo documento, nell’occasione dell’80° anniversario di quello originario. che stavolta si concentra sul futuro dell’Europa, denominato “Codice per una nuova Europa”.
Ecco, questi dati storici ci confermano che nella crisi bisogna evitare le reazioni regressive, come quelle che spingono la politica verso il populismo e il sovranismo, che stanno producendo danni incalcolabili alla pace, alla giustizia e alla salvaguardia dell’ambiente. Bisogna invece dotarsi di un piglio progressivo, che spinga le democrazie a rigenerarsi profondamente e a guidarle positivamente verso il cambiamento.
Anche nella lotta alla mafia dobbiamo cambiare passo e comprendere che i sistemi criminali, come ci ricordava Giovanni Falcone, sono fenomeni umani, che possono essere compresi, combattuti e sconfitti. Naturalmente, la liberazione dalle mafie richiede percorsi culturali e progettuali che la politica deve avere la capacità di guidare.
Ecco alcune condizioni per fare in modo che la politica sia capace di svolgere una funzione attiva e non ne subisca le collusioni.
La prima condizione è comprendere quanto sono deleteri e funzionali alla mafia il “minimalismo” e il “negazionismo”. Li ritroviamo soprattutto nei territori del centro-nord d’Italia e d’Europa ma anche in alcuni territori dove le mafie sono presenti tradizionalmente. La consapevolezza che le mafie esistono e sono una minaccia di primo piano per le democrazie e per la convivenza civile ed economica deve trovare spazio nella società e nella formazione e selezione delle classi dirigenti.
La seconda condizione è evitare che la politica subisca il sistema delle collusioni, secondo la convenienza della raccolta del voto a prescindere dal rispetto della libertà e del rifiuto del consenso mafioso, ma anche secondo l’ascesa della leadership dell’io, che non guarda in faccia nessuno, pur di mettersi al servizio del “dio denaro” e del “dio potere” pur di emergeree affermarsi. La politica pertanto deve avere uno statuto interno regolativo che sia capace di prevenire ed eventualmente espellere le collusioni e di selezionare classi dirigenti libere dal condizionamento mafioso.
La terza condizione è preparare i dirigenti politici a una moderna azione antimafia, che sappia coniugare legalità e sviluppo: la legalità deve essere di livello costituzionale e lo sviluppo deve essere sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale. Qualunque amministratore locale e regionale o membro del Parlamento e del Governo, in ogni scelta, deve essere guidato da entrambi questi valori-guida.
Torniamo all’analisi del fenomeno mafioso. Vediamo alcuni tratti utili per identificarle con chiarezza.
Le mafie riescono a sopravvivere alla crisi generale, scansano i processi di erosione del senso di appartenenza e mantengono in piedi la capacità di coniugare forme arcaiche e tradizionali associative e modalità innovative nelle strategie di accumulazione di ricchezza, di potere e di radicamento territoriale e globale.
Il modello mafia rappresenta il genere, che si articola poi in diverse specie: cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, casalesi, stidda e, all’estero, mafia cinese, albanese, nigeriana, russa, slava. Dobbiamo quindi comprendere che essere hanno alcuni tratti comuni, nonostante le varie differenze.
Le mafie sono sia territoriali sia globali, mentre le antimafie sono purtroppo al massimo locali. C’è pertanto un’asimmetria che vede le istituzioni democratiche, l’economia legale e i soggetti della società civile organizzata soccombere.
Cosa deve fare la politica per emanciparsi dalla mafia?
Intanto bisogna mettere a fuoco i punti di forza del “genere mafia”:
* Il vincolo associativo. È totalizzante e perenne, non si può rompere facilmente, se non perdendo la vita o tramite la collaborazione. È un vincolo che prevale sull’appartenenza familiare, religiosa, sociale e statuale. Perfino in occasione dei colloqui con i figli, durante la permanenza in carcere, l’unica priorità dei boss mafiosi è usarli per trasmettere all’esterno i messaggi di comando diretti ai capi o reggenti e agli affiliati.
* La combinazione tra tradizione e innovazione. Il vincolo di appartenenza è antichissimo mentre le modalità operative sono sempre in continua evoluzione, dall’uso dei riti religiosi ed esoterici per l’affiliazione al gioco finanziario nei grandi circuiti del riciclaggio.
* L’agire locale e globale. Il radicamento nel territorio è sempre un punto fermo così la capacità di stare dentro i processi ampi di collegamento internazionale. Basti pensare al narcotraffico o alle criptovalute, alle guerre e alle alleanze che si consumano nello scacchiere geopolitico.
* Il sistema integrato. L’organizzazione mafiosa è composta da diversi lati: quello militare, quello sociale e quello collusivo con l’economia e la politica. Nessuno pensi che, quando viene mostrato l’aspetto economico, non esista anche quello militare. Esempi ce ne sono tanti, dalla strage di Duisburg alla guerra delle grucce, che parte da Prato e si estende all’intero Paese.
* La capacità di fare sistema nell’attuale contesto globale, attraverso la capacità di regolare i conflitti interni e di aumentare le strategie di convergenza e di pattuizione su tutti i traffici illegali e sulle varie piattaforme del riciclaggio digitale e finanziario.
In sintesi, le mafie possono articolarsi e caratterizzarsi per provenienza e strategia, ma dobbiamo sempre saper fare i conti con queste peculiarità.
Questi sono i punti di forza di una nuova strategia antimafia di cui la politica deve dotarsi:
* La conoscenza dei caratteri e dei profili essenziali delle mafie e degli strumenti oggi a disposizione delle attività di contrasto. Il livello di penetrazione degli investigatori e della magistratura nei loro gangli vitali non ha precedenti, su ogni caratteristica fondamentale abbiamo un corredo di saperi mai avuti prima. Naturalmente, bisogna sistematizzare, condividere ed essere pronti a comprendere per tempo le evoluzioni.
* L’apparato normativo è comunque di alta qualità, basti pensare al Codice Antimafia realizzato in Italia. Naturalmente non va depotenziato, come sta accadendo ad esempio con i benefici penitenziari, che hanno riversato sui territori centinaia di boss di primo livello, semmai bisogna migliorarne l’efficacia soprattutto sul versante dell’impegno sociale, con l’utilizzo dei beni confiscati, ed economico, colpendo le strategie del riciclaggio, del controllo degli appalti e della spesa pubblica.
* Le capacità investigative delle forze dell’ordine e della magistratura. Non passa giorno in cui non si eseguano misure cautelari e sequestri o non si comminino condanne nei processi. Ovviamente vi è sempre una situazione di emergenza per la carenza di organici e di personale specializzato.
* Il lavoro educativo e sociale. Nelle scuole e sui territori si fa un percorso senza precedenti, che purtroppo non viene valorizzato e implementato con risorse umane e finanziarie adeguate alla sfida.
Il salto di qualità di cui abbiamo bisogno nell’impegno politico:
* Dall’antimafia del “giorno dopo” a quella del “giorno prima”. Ciò richiede una capacità sistematica e integrata di aggressione: sul piano sociale, per aggredire il welfare mafioso; sul piano educativo, per superare il pensare e sentire mafioso; sul piano militare, per rompere l’egemonia della paura e della intimidazione; sul piano economico, per garantire uno sviluppo nella legalità; sul piano politico, per dare piena sovranità alla democrazia.
* Dall’agire locale a quello globale. Abbiamo bisogno di creare finalmente l’Antimafia europea con un Codice omogeneo, una Procura e una Forza di Polizia in grado di colpire i circuiti internazionali dei vari traffici e riciclaggi.
* Dalle divisioni interne all’antimafia alla capacità di essere uniti. Anche nell’antimafia bisogna sottrarsi alla deriva dell’io, che produce protagonismi e conflitti devastanti. È necessario recuperare umiltà, spirito di coesione e di servizio, rispettando e valorizzando tutti i vari percorsi dell’impegno antimafia, da quello giudiziario a quello sociale, da quello educativo a quello economico.
La politica deve pertanto fare la scelta che non ha mai saputo fare lungo il cammino delle nostre democrazie: fare della lotta alle mafie una vera e propria priorità sistemica e progettuale, chiamando a raccolta le migliori energie presenti nella società civile e nelle istituzioni.
La politica, così libera dalle mafie, potrà essere un punto di riferimento per le nuove generazioni e prendersi davvero cura del bene comune. Don Milani lo capì bene quando scelse il motto “I care”, cioè la dimensione del prendersi carico e del fare proprie le sorti dell’altro, nel nostro caso della democrazia, in contrapposizione a quello fascista “me ne frego” che ancora oggi delega agli autocrati e ai potenti dell’economia digitale e dello spazio il destino dell’umanità.