DIALOGO SUI TRAVAGLI DELLA FEDE. Lettera sulla Quaresima

DIALOGO SUI TRAVAGLI DELLA FEDE. Lettera sulla Quaresima

Mi capita spesso di dialogare con Silvia. Silvia è una donna intelligente, piena di curiosità, non credente ma aperta alle domande più radicali che la vita ti pone e, recentemente, molto interessata a comprendere la dimensione religiosa sul pensare e dire Dio dentro i duri travagli del nostro tempo.

Giuseppe Lumia

Dialoghi, Lettera del 14 Marzo

Quaresima – Preghiera, Penitenza, Prossiminità per un cammino di Fede liberante, di speranza e liberazione

Cara Silvia,

nel dialogo che abbiamo avuto di recente sulla Tua ricerca di Dio da non credente, mi hai chiesto di scriverti sulla Quaresima.

È un periodo che caratterizza più di ogni altro il cammino di fede, tanto da far vibrare, scuotere e ricapitolare ogni cosa: inizia il Mercoledì delle Ceneri e termina nel Giovedì Santo, che viene dopo la Domenica delle Palme e precede il Venerdì di Crocifissione e il Sabato della Pasqua di Resurrezione, il culmine più drammatico, bello e atteso della Speranza cristiana.

Devo ringraziarti perché con la tua domanda mi aiuti a mettere fuoco una fase della vita religiosa che mi ha sempre coinvolto e affascinato: processioni, viae crucis, celebrazioni dense e particolari in quanto ricche di simboli e riti. Da bambino, nel ruolo di chierichetto, ne coglievo gli aspetti concreti: preghiera, penitenza, prossimità. Dopo, ho avuto la possibilità di meditarci sopra ma, Silvia cara, le conclusioni sono rimaste sostanzialmente le stesse!

Non è, in effetti, un periodo da dedicare allo studio teologico. È piuttosto un’opportunità per avviare un percorso molto intenso di conversione, di cambiamento, di messa in discussione, di ricerca. Tutti aspetti un po’ simili tra loro, che ognuno di noi sente spesso di vivere lungo l’arco della propria vita, e che nella Quaresima si concentrano: è come se questo tempo fosse l’estratto del pomodoro migliore, che alla salsa delle ricette tradizionali, naturalmente quella vera e biologica del Sud, conferisce un sapore dai mille retrogusti, forte e mirabolante.

Ma attenzione, Silvia, ho anche capito negli anni che da soli si può fare poco. Bisogna essere aiutati da tre dimensioni: la Preghiera, la Penitenza, la Prossimità.

Innanzitutto, la Preghiera in un Dio che ci ama nonostante tutto e in modo del tutto disinteressato. Aiutati dalla Preghiera in un Cristo che ci ha amati al punto tale che ha scelto di vivere in tutto e per tutto (la dottrina dice “quasi”) come noi, in mezzo a noi e di condividere una fede liberante e di liberazione. Aiutati dalla Preghiera in uno Spirito Santo che è Amore, che sa perforare le nostre armature psicologiche e caratteriali per arrivare in profondità: abbatte barriere e pregiudizi, soffia dove vuole e ci raggiunge anche quando meno ce lo aspettiamo. Pregare, di questi tempi, sembra strano: nel tempo dell’“Io” autoreferenziale, può apparire una vera e propria perdita di tempo. Ma scava scava, spesso avvertiamo il bisogno di uscire dal nostro “Io” per andare incontro all’Altro, simile o diverso da noi, alla Comunità, con i drammi e le speranze che la caratterizzano e, perché no, al totalmente Altro: il Dio appunto! La Preghiera, soprattutto in Quaresima, significa pertanto aprirsi. Altro che chiudersi in un solipsismo irenico e autosuggestivo!

Sai, Silvia, pure la Penitenza è, nella Quaresima, una condizione di fede che ti aiuta nel fisico e nella mente, per dare spazio nella Tua coscienza all’incontro dell’Altro, della Comunità e del totalmente Altro. Penitenza da vivere, come ci sollecita Papa Francesco, soprattutto nelle piccole cose: meno cibo, meno lusso, meno feticci, meno egoismo, meno presunzione, meno prepotenze, meno arroganza, meno ingiustizie… Tanti meno, forse troppi. Già basterebbe uno di questi al giorno per farci sentire meglio e aprirci il cuore alle dimensioni profonde dell’esistenza e delle relazioni con gli altri e la natura stessa. Spesso siamo pieni del superfluo e vuoti dell’essenziale. Dimagrire nell’“Io” fa solo del bene, sia al corpo che all’anima. Ci aiuta molto a ritrovare noi stessi per essere così più leggeri quando ci accostiamo agli Altri diversi da noi, alla Comunità in cui viviamo e all’Altro che ci ama sempre e comunque.

Ecco, Silvia, nella Quaresima non trascuriamo la Prossimità, un riferimento che mi piace di più rispetto a quello della Carità. È la spinta alla Prossimità che ci mette nelle condizioni esistenziali e sociali per ripensare e riprogettare il cammino dell’umanità. Non per guardare passivamente le cose che non vanno, per cullarci nelle critiche sterili, ma per cambiare noi stessi, liberarci dalle angosce inutili e sposare le cause giuste di liberazione dalle guerre, dai disastri del cambiamento climatico, dalle tante ingiustizie che creano disuguaglianze e dalle violazioni dei diritti umani, sociali, civili e politici. La Quaresima è in sostanza conversione, è trasformazione, è condivisione, è fraternariato, è partecipazione. Nella Penitenza prevale il meno, nella Prossimità prevale il più. Nella Preghiera conteniamo entrambi.

Cara Silvia, spesso mi fai notare il mio continuo richiamo al numero tre: tre analisi, tre sfide, tre proposte, tre punti di riferimento… Mi condiziona un po’ il gioco della Trinità! Nella Quaresima abbiamo un riferimento forte al numero quaranta.

Nelle Sacre scritture, infatti, nella Quaresima si richiama ripetutamente il tempo dei quaranta giorni o anni: i quaranta giorni di permanenza di Gesù nel deserto, dopo che ha ricevuto il Battesimo e prima dell’avvio della sua predicazione; i quaranta anni di Esodo del popolo ebraico, dalla Schiavitù alla Terra Promessa.

I quaranta giorni fanno spesso capolino per altri momenti salienti del cammino di salvezza del popolo di Dio. Nell’Antico Testamento, sono citati i quaranta giorni del diluvio universale, quelli trascorsi da Mosè sul monte Sinai, il tempo che il profeta Elia ha impiegato per giungere il monte Oreb, così pure quello di preghiera che Dio concesse a Ninive prima di distruggerla o il periodo che il popolo di Israele trascorse nel deserto. Nel Nuovo Testamento, oltre i quaranta giorni che Gesù passò in penitenza nel deserto, viene citato anche il periodo che Cristo trascorse ad ammaestrare gli apostoli, tra la Resurrezione e l’Ascensione al Cielo.

Sai, Silvia, forse bastano quaranta minuti o quaranta secondi per aiutarci ad iniziare un cammino di fede e dare alla Quaresima lo spazio che merita, alla ricerca di Speranza e Liberazione.


Dialoghi, Lettera del 12 Febbraio

Perdono e consapevolezza

Cara Silvia,

Ti ringrazio di cuore per avermi più volte stimolato a riflettere sul significato e sul valore di oggi del perdono, nell’ottica del pensare, dire e vivere Dio. È una dimensione ostica e spigolosa. Spesso ne discutiamo con eccessi di superficialità. Chissà poi quante volte ci è stato chiesto di perdonare. Chissà quante volte lo abbiamo rifiutato.

Certo, viviamo un tempo molto travagliato di ingiustizie, di guerre, di disuguaglianze, di discriminazioni, dove il rancore, l’odio, la vendetta orientano malamente i sentimenti verso il perdono nei rapporti che stabiliamo quotidianamente. D’altra parte abbiamo testimonianze diffuse di donne e uomini che ci lasciano a bocca aperta per la capacità che hanno di impegnarsi con generosità verso gli altri perdonando anche i più tragici torti subiti. Su un piano ancora più alto, pensiamo a quello che è riuscito a fare Nelson Mandela.

Il perdono rimane una dimensione della vita e delle relazioni importantissima e delicatissima, che trattiamo purtroppo d’istinto o con poca consapevolezza.

Pensa poi quando il perdono viene chiamato in causa di fronte a delitti gravi ed efferati, addirittura di mafia o terrorismo.

Eh sì, cara Silvia, una certa confusione regna diffusamente sul perdono, una confusione che rischia di avvolgerci in una nebbia fino a spingerci a fare del perdono uno strano uso: a negarlo con stizza e ostinazione, a ignorarlo e nasconderlo alla nostra coscienza perché fa male dentro, oppure a dispensarlo a destra e manca con faciloneria.

Il perdono, mi è stato spiegato sin da bambino, grazie soprattutto alla saggezza popolare di mia nonna e alle severe lezioni del catechismo, non va mai escluso e anzi va offerto e accettato come un dono libero e gratuito. Successivamente, grazie alle sane letture e meditazioni nei ritiri spirituali, ho avuto modo di confrontarmi meglio sul valore del perdono, ma ti assicuro che anche nelle migliori letture, che ancora consiglio, su teologi della portata di Romano Guardini, Yves Congar o Gustavo Gutierrez, questo concetto fondamentale è rimasto sostanzialmente lo stesso.

Dobbiamo dirci onestamente che nel rapporto intenso, dialettico e continuo tra volontà di Dio e volontà degli uomini, quando siamo coinvolti direttamente, spesso ci va di mezzo la capacità di perdonare. Altre volte, nel dialogo con Dio, il perdono acquista una luce intensa e uno spessore esistenziale e sociale.

Silvia cara, crescendo e incespicando nei tanti sentieri della vita, abbiamo compreso che pure il perdono ha tante sfaccettature: è innanzitutto intimo ma anche sociale, coinvolge al tempo stesso la vittima e il carnefice, ha un aspetto religioso e profili etici, civili e penali…

Sì, Silvia, prima di ricercare la formula magica, dovremmo sottoporre il perdono ad una certa macerazione, come anticamente si faceva con il pesto nel mortaio: lasciarlo “riposare”, aggiungere qualcosa di “gustoso”, l’olio di qualità non deve mancare mai, farlo “amalgamare” bene nella nostra coscienza e dispensarlo o accettarlo solo dopo averlo sentito entrare nel cuore e nella mente. Deve essere in un certo senso un dono consapevole e profondo di sé verso l’altro. È infatti un gesto di intenso amore che comporta consapevolezza e prossimità. Facile a dirsi. Difficile a farsi!

Messa così, quante volte potremmo perdonare? Pensa un po’, nel Vangelo si cita una quantità immensa: non sette volte, ma addirittura settanta volte sette. Mamma mia, quante volte! Eh sì, un altro aspetto che Dio ci invita a prendere in considerazione ma che abbiamo enorme difficoltà a “digerire”.

Cara Silvia, anche chi lo riceve non deve giocare con il perdono. Diversamente non è un perdono accolto e prezioso. Ma è piuttosto un escamotage per continuare a fare i furbi e i cinici, in sostanza diventa una scelta spregevole. Nel Vangelo chi si comporta così, ad esempio non perdonando a sua volta, rischia di fare una brutta fine. Il perdono comporta una conversione, cioè un cambiamento radicale pure in chi lo riceve.

Tutto qui? E no, c’è ancora qualcosa da chiarire. Dicevamo che anche in una prospettiva di fede c’è comunque una dimensione sociale: il perdono a suo modo ha sempre una ricaduta pubblica. Pensa che i mafiosi si sono creati una loro versione perversa della fede e del perdono, persino dopo aver sottoposto a terribili torture le loro vittime, compreso quello che di orribile hanno riservato al piccolo Giuseppe Di Matteo.

Devoti e assassini. Religiosi e spietati. Si perdonano e autoassolvono come se niente fosse.

Si ignora tra l’altro che la dimensione sociale, oltre che penale, è parte integrante della dinamica del perdono: prima di chiederlo, bisogna curare la ferita inferta al prossimo e sottoporsi alla rigorosa valutazione della stessa comunità. Certo, la comunità deve essere pronta e preparata per non scadere nel perdonismo a basso costo o per evitare la gogna mediatica, ma deve essere giusta, saggia e rispettosa delle regole poste a fondamento della convivenza civile e democratica.

Eh sì, cara Silvia, il perdono è un valore regolativo dello stare insieme, semplice e complesso allo stesso tempo. Richiede tanti ingredienti per venire fuori “saporito” e capace di cambiare se stessi e il prossimo, la società e le sue istituzioni. Insomma, il perdono è un cammino fatto di tappe e di fatiche. Così diventa vero e bello da donare e ricevere!


Dialoghi, Lettera del 27 Gennaio,

Memoria e Fede

Cara Silvia,

La Giornata della Memoria ci offre l’occasione per scavare dentro ognuno di noi e metterci tutti insieme di fronte alla necessità di non ripetere gli stessi tragici errori che si sono perpetrati contro gli ebrei.

Sono naturalmente tante le cose da ripensare per dar conto della Shoah e dello sterminio sistematico degli ebrei e delle altre diversità ritenute da cancellare: omosessuali, zingari, disabili, oppositori politici, etnie indesiderate, testimoni di Geova…

Tra le cose da ripensare, una in particolare mi preme sottolineare: quell’uso maledetto del motto “Gott mit uns”, “Dio è con noi”, in nome del quale si agiva e si agisce nello sterminio degli esseri umani.

La Storia purtroppo è piena dei tantissimi “Gott mit uns” che hanno legittimato violenze di ogni tipo, indicibili anche per il pensiero più immaginifico.

Eh sì, Silvia, nella stessa Chiesa se n’è fatto un uso massiccio per giustificare lotte intestine e verso pagani, musulmani e gli stessi ebrei.

C’è voluto il Concilio Vaticano II per avviare una svolta che ancora tra mille fatiche e contraddizioni è in cammino.

Con la dichiarazione della Chiesa sulle relazioni con le Religioni non Cristiane “Nostra Aetate”, si sono gettati finalmente i semi del superamento di qualunque uso del “Gott mit uns” almeno nei rapporti tra la fede cristiane e le altre religioni.

Sì, Silvia cara, ce n’è voluto per comprendere che Dio è Amore, Amore sempre aperto, da non possedere egoisticamente ma da vivere in libertà e semmai da donare gratuitamente nella Pace, nella Giustizia e nella Fraternità.

Questo amore di Dio ha nell’Altro, nel Tuo Prossimo, il completamento di Te stesso, come hanno saputo elaborare e descrivere ad esempio Hannah Arendt ed Emmanuel Lévinas. L’Altro non è un avversario da tenere lontano, l’Altro non è un nemico da abbattere, l’Altro non è un essere da odiare.

Così pure cara Silvia, l’Altra non è una donna da sopprimere se mi lascia, se vuole vivere diversamente da me. L’Altra non è una diversità da discriminare per la sua condizione di genere e di scelta sessuale.

Si, Silvia, l’Altra e l’Altro sono qualcosa in più di Me e di Te. Solo nella relazione liberante per entrambi c’è lo spazio vitale per maturare la propria personalità e per condividere insieme l’Amore di Dio e l’Amore Fraterno.

Certo, mi dirai che non è semplice guardare l’Altra o l’Altro come risorsa e non come un problema. Anzi, può sembrare una follia, soprattutto in tempi in cui facciamo fatica persino ad accogliere gli immigrati, figurarsi quelli che odiamo nella vita quotidiana o con cui siamo in conflitto ideale o di interesse. Per non parlare dell’Altra o dell’Altro che sono in guerra come attualmente accade in almeno 70 Paesi nel mondo.

Sì, Silvia, la Giornata della Memoria è anche Giornata dell’Impegno verso le tante mete di liberazione dalla violenza tra gli esseri umani, tra loro e gli altri esseri viventi e l’ambiente naturale.

C’è molto da ripensare e da riprogettare nel cammino dell’umanità. Ma stavolta il Dio che vorremmo che ci accompagnasse soffierà amore e ancora amore. Basta accoglierlo e lasciarlo entrare e potremo ricapitolare tutto in una dimensione incantevole e bellissima di luce e sapienza, bellezza e armonia.

Sì, Silvia, lasciamo entrare il Dio dell’Amore sino a farlo scendere nelle profondità della cosa più sacra che abbiamo, la coscienza, dove se vogliamo non possiamo fingere o nascondere a noi stessi le piccole e grandi violenze che ancora consumiamo contro di noi e contro gli altri.
Solo così il percorso diventa percorso di Liberazione dell’Altra, dell’Altro e del Noi fraterno.


Dialoghi, Lettera del 19 Gennaio

Fratel Biagio, l’emozione che si fa onda

Carissima Silvia,

I funerali di Fratel Biagio ci hanno consegnato un’altra corale emozione, in sintonia con il sentimento popolare, che si è espressa nei lunghi giorni della sua sofferenza.

Sì, la morte di Fratel Biagio ha suscitato un forte scossone emotivo nella comunità palermitana. Un’emozione che è diventata un’onda, che ha attraversato la Sicilia e il Paese intero, suscitando preghiere e meditazioni, oltre a curiosità e interesse intorno a questa figura mistica e sociale, anche in diverse parti del mondo

Un’onda emotiva intrisa di fede, di condivisione, di stima, di ammirazione per il suo stile di vita, per le sue scelte di prossimità a favore dei poveri e diseredati e per la promozione della Pace.

Un’onda sana e non distruttiva, di quelle da cui da bambini ci piaceva essere travolti, che ci facevano gioire con autenticità e semplicità.

Silvia, ti confesso che è un po’ la stessa sensazione che anch’io ho potuto provare tutte le volte che lo incontravo. Sì, avvertivo la sua onda di fede autentica e semplice, gioiosa e coinvolgente entrarmi dentro, toccarmi l’anima, scuotermi il cuore, sollecitare la mente, vibrare il corpo.

Sai, Silvia, le sue mani congiunte su cui era solito chinare il capo erano come ancore di barche sudate di pescatori, che gettava sulla vita del suo interlocutore, mentre i suoi occhi pieni di fervore brillavano come luci capaci di accendere gli occhi dell’altro, per guardare insieme senza veli i drammi e le speranze che ruotavano nella società e su cui dialogavamo con semplicità non priva di profondità.

Come sai, nella storia della Chiesa, soprattutto nei momenti di crisi, fanno spesso capolino i Santi figli del popolo, che aiutano a comprendere meglio la dimensione di fede e quella sequela di prossimità essenziale, “avevo fame, avevo sete..”, che la Chiesa, le altre Comunità religiose e la Comunità civile sono chiamate a imboccare: sequela che ritroviamo nello sconvolgente e attualissimo passo evangelico conosciuto come “Discorso della Montagna”.

Fratel Biagio si è fatto carico dei travagli attuali che l’umanità vive, senza frapporre pretese dottrinali, senza erigere nuove barriere, senza dividere i credenti dai non credenti e i cittadini dagli immigrati, senza marcare confini e rivendicare sovranità.

Con il Suo esempio e con l’opera di “Speranza e Carità”, ha scelto di farsi prossimo verso gli esclusi, i senza voce e rappresentanza, pensando solo alla loro dignità di essere meritevoli di attenzione amorevole, nella tutela dei loro diritti fondamentali.

Ha scelto di solcare con i sandali impolverati le strade dei territori, per portare la croce e annunciare una fede in Dio che ricerca la Pace e il Fraternariato tra gli esseri umani, che vuole che anche l’Ambiente sia amato e non violentato dalle nostre ingordigie personali o dai “peccati sociali ed economici”.

Sempre con il sorriso, sempre pieno di speranza, sempre pronto al dialogo e all’ascolto, anche quando si sottoponeva a digiuni devastanti, negli angoli più rinomati di Palermo o nelle spelonche sperdute sui monti, o quando vedeva chiudersi le porte da quel potere che adesso ne celebra le virtù.

Cara Silvia, speriamo che a riflettori spenti la prossimità di Fratel Biagio, che continua a camminare con la sua Comunità, non sia dispersa, che quella fede apra i cuori delle classi dirigenti.

Così accadrà in tanti giovani, uomini e donne che si lasceranno attraversare dal suo esempio, anche adesso che vive da “Angelo dei Poveri” in quel regno dei Cieli che inizia a prepararsi e muovere i suoi passi anche in questa nostra amata e bistrattata Terra.


Dialoghi, SS. Natale 2022

Silvia, il Natale è stupore, è meraviglia!

Scorrono i secoli, si succedono generazioni e generazioni, ma il Natale rimane essenzialmente stupore. Stupore per una nascita così straordinaria e paradossale per le logiche che guidano la storia delle donne e degli uomini.

Natale è meraviglia di un avvenimento che ha qualcosa che ci spalanca lo sguardo e il cuore verso l’amore, un amore strano che ci inquieta e che libera dentro pensieri e atteggiamenti così positivi che ci stupiscono e che dentro di noi fanno capolino raramente.

Sai Silvia, con il Natale, il Dio onnipotente, che tutto può, che è in grado sia di generare che distruggere in un solo batter di ciglia, sente un nuovo bisogno forte e inarrestabile: il bisogno di manifestarsi attraverso l’Amore facendosi uomo in tutto e per tutto, tranne nel peccato, in particolare quello dell’odio e della violenza.

Silvia, sappiamo bene che non è questo che il popolo eletto di allora si aspettava. Gli sconfitti, i desiderosi di giustizia, i promotori del riscatto dalla dominazione più potente che in quel tempo si conosceva, quella dell’impero romano, volevano finalmente essere riscattati diventando protagonisti di un nuovo potere, di un loro dominio, forse più giusto ma sempre caratterizzato da forza e potenza.

Che ne pensi Silvia, forse Dio comprende che la forza e la potenza che aveva usato per manifestare la sua presenza nella storia degli uomini e delle donne, alla fine ricalcava quella forza e potenza che portava sempre a guerre di ogni tipo. Una forza ed una potenza che generava soprusi, spesso indicibili, come succede anche oggi, nelle più di 70 guerre sparse per il mondo. O come succede nello sfruttamento del lavoro, nella pervasività delle mafie, nella continua aggressione all’ambiente, nella umiliazione degli immigrati, nelle disuguaglianze di reddito, di genere, generazionali, territoriali…

Sì, Silvia, Dio decide di cambiare passo. Sì, anche Dio probabilmente matura e si ravvede.

Sceglie un’altra e radicale modalità: si fa essere umano, e chiede alla storia dell’umanità un cammino di liberazione anche dalla forza e potenza, di qualunque forza e potenza anche religiosa, per vivere un fraternariato e un relazionesimo tra gli esseri umani e tra loro e l’ambiente ricco di amore, di amore liberante che sgorga dal cuore e, perché no, pure dell’intelligenza.

Così Dio manda il figlio. I genitori sono umili, figli del “popolo”. La mamma è una donna semplice ma straordinaria nel donare amore, il papà un artigiano che accetta di accompagnare il cammino della moglie e del figlio con un amore gratuito, inspiegabile alla cultura anche di oggi.

Il bambino nasce nel posto più povero ed escluso della vita.

Nasce fragile, nasce tenero, nasce con un bisogno travolgente di amore.

Silvia, alla fine lo stupore e la meraviglia del Natale scava Amore. Un Amore in cammino nei travagli di ieri, di oggi e di domani.