CON QUESTO DEF ITALIETTA ANCHE DOPO LA CRISI

mag 4th, 2011 | By admin | Category: Approfondimenti, Post

lumia senato 1Oggi al Senato abbiamo discusso del documento di economia e finanza preparato dal governo. Un testo assolutamente deludente con misure inappropriate che non servono al rilancio del nostro Paese e allo sviluppo del Mezzogiorno.

Di seguito il resoconto del mio intervento in Aula.

Giuseppe Lumia

***

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lumia. Ne ha facoltà.

LUMIA (PD). Signor Presidente, è innegabile, il Documento di economia e finanza è un’ottima opportunità, ma è altrettanto evidente che rischia di diventare l’ennesima opportunità perduta. Niente di nuovo sotto il sole.

Ha fatto bene il senatore Morando a centrare la positiva novità: l’Europa, prima di tutto l’Europa. L’Europa federale, basata sulla doppia componente, nazionale e regionale, piuttosto che l’Europa del noi – l’Italia – e dell’Europa diversa da noi, un’Europa da subire, come accade spesso nell’agricoltura, ad eccezione dei produttori illegali di quote latte sanati da questo Governo.

L’Europa da subire nel campo della pesca, come accade spessissimo, piuttosto che l’Europa con cui interagire virtuosamente, su cui investire le nostre migliori risorse e trovare soluzioni condivise anche per il nostro tessuto sociale e produttivo.

Il nostro Paese ha fatto bene ad accettare la sfida posta dal semestre europeo, ma – come ho detto – l’impressione è che ancora una volta l’opportunità del semestre europeo non si traduca in Italia in opportunità per l’innovazione e la crescita, per la legalità nella lotta all’evasione fiscale (oltre duecento miliardi di euro l’anno), alla corruzione (oltre 60 miliardi di euro l’anno), alle mafie (più di 130 miliardi di fatturato annuo) e per lo sviluppo produttivo e occupazionale.

In sostanza, senza innovazione non vi sarà crescita. Ma come possiamo tenere il passo competitivo con tassi di crescita intorno all’1 per cento? Come possiamo abbattere il macigno del debito pubblico che veleggia intorno al 120 per cento del Pil? Come pensiamo di raggiungere l’ottimo tasso di occupazione del 75 per cento posto dall’Europa mentre in Italia siamo appena al 57 per cento, con il Sud molto al di sotto di questa già striminzita e ridicola soglia, soprattutto per le donne e i giovani.

In altri termini, ancora una volta nel Documento di economia e finanza emerge il profilo statico e remissivo dell’Italietta. Sì, è così: Italietta prima della crisi mondiale, Italietta dentro la crisi e Italietta rischiamo di rimanere anche oltre la crisi.

Se vogliamo mettere le ali al nostro Paese e superare il muro mitico del 3 per cento di crescita del PIL, dobbiamo innovare e riformare, con coraggio e progettualità. Il senatore Morando ha definito le parole chiave che proponiamo: Europa, stabilità, crescita, coesione sociale e territoriale, con delle proposte puntuali su ognuna di queste importanti e strategiche scelte.

Ma da dove partire? Penso ci sia una precondizione e mi riferisco allo Stato. È così. Oggi lo Stato italiano è un problema. Chi lo ritiene invece una risorsa indispensabile per la democrazia e per la legalità e lo sviluppo del Paese deve sapere che va cambiato radicalmente per renderlo più moderno, autorevole, capace, snello e così poter giocare un ruolo attivo e positivo per la società, il lavoro, le imprese. Questo è necessario in particolare per l’Italia che innova nella ricerca, nelle realtà produttive, professionali, associative e di volontariato, nonostante lo Stato, ma anche per l’Italia che soffre, è povera e si colloca ai margini anche a causa dello Stato.

Qualche esempio? Lo Stato italiano, a 150 anni dalla sua unità, non può più permettersi due rami del Parlamento, Camera e Senato, che si sovrappongono e decidono male e in ritardo. Ne basta una. Rispetto a mille parlamentari, ne bastano la metà. Rispetto alle Province, bastano i liberi consorzi dei Comuni. Rispetto a sei forze di polizia, ne basta una oltre a piccoli corpi specializzati. Tre gradi ripetitivi di giudizio sono inutili nel settore della giustizia. Basta soltanto un ottimo e sostanzioso primo grado, un secondo grado solo quando intervengono novità non valutate nel primo grado ed un terzo grado di strettissima valutazione di legittimità.

Così non possiamo, a 150 anni dall’unità del nostro Paese, lasciare il Mezzogiorno nelle condizioni attuali. Innanzitutto, bisogna cambiare approccio: il Sud è una risorsa positiva per i propri territori ma anche per il l’intero Paese, sì anche per il Centro-Nord. Fino a quando lo consideriamo un problema non troveremo l’energia per cambiare passo e fare del Sud la leva per far crescere il PIL oltre il 3 per cento e mettere ali e capacità competitiva a tutto il Paese.

Il senatore Morando ha proposto un’analisi ed ha avanzato proposte e voglio citare le sue parole: «Un preciso ordine di priorità per le politiche di crescita del Sud, drastica riduzione della pressione fiscale sui produttori, emersi e legali, lotta senza quartiere all’evasione uscendo dall’attuale semitolleranza, concentrazione degli investimenti in infrastrutture materiali, in primis porti e ferrovie, in sicurezza e in formazione. In questo contesto il ripristino del credito d’imposta automatico per l’occupazione e soprattutto la ricerca, accompagnandosi alle già descritte misure di riduzione del prelievo sul reddito da lavoro delle donne, potrebbe premiare scelte virtuose dei produttori e ridurre il peso dell’intermediazione della politica riequilibrando sistema degli incentivi per lo sviluppo».

Ma anche su questo aspetto c’è una precondizione di innovazione senza la quale rischiamo di non scaricare a terra le scelte e scatenare una dinamica virtuosa di cambiamento nel Mezzogiorno.

Mi riferisco ad un qualcosa davanti agli occhi di tutti, vale a dire non una vera unità d’Italia, ma una sostanziale divisione che ci consegna ancora oggi un’Italia duale. Il Nord produce e il Sud consuma i suoi prodotti, il Nord organizza i servizi sociali, sanitari e formativi, il Sud si struttura in una maledetta dinamica assistenziale. Al Nord la politica progetta gli interventi nel campo produttivo ed infrastrutturale, naturalmente senza tralasciare la dimensione clientelare e burocratica e di recente anche quella collusiva con le mafie, al Sud invece la politica abdica a priori ad una funzione progettuale e corre tutta a gestire il maledetto sistema burocratico e clientelare, spesso affaristico-mafioso.

Responsabilità solo del Nord? Assolutamente no. Anche le classi dirigenti del Sud hanno partecipato alla costruzione dell’Italia duale, tutto a danno dei territori del Mezzogiorno.

Come uscirne? Penso, ad esempio, ad un indice che misuri il livello qualitativo e quantitativo della dotazione infrastrutturale ( strade, porti, interporti, fibre ottiche) e dei servizi (sanitari, sociali, scolastici, universitari, di ricerca) al fine di stabilire un piano di investimenti che metta tutte le Regioni nelle stesse condizioni di produrre benessere, legalità e sviluppo senza discrezionalità con le arroganze del Nord e i piagnistei del Sud. Il Governo proponga questo indice, pari a 100 quello delle dotazioni infrastrutturali e dei servizi locali, Regione per Regione. Il Parlamento lo approvi. La conferenza Stato-Regioni-enti locali partecipa a questo processo così come le organizzazioni sindacali del mondo dell’impresa.

Ci sia un grande momento di unità del nostro Paese e si investa su questo nuovo approccio: così possiamo recuperare il senso più nobile e autentico di stare insieme e costruire un nuovo patto di unità che recuperi la migliore memoria e avvii una profonda stagione di cambiamento.

Ecco perché l’occasione dell’Europa. È l’occasione di rimodulare le politiche di bilancio fiscali e economiche, di presentarci a testa alta, solidi, competitivi e dinamici: è un occasione che non va perduta. La stiamo perdendo. Il Paese tutto si deve assumere questa responsabilità ed è una responsabilità che coinvolge intere classi dirigenti. Non ho visto l’attenzione dovuta nel mondo dell’impresa, nel mondo della cultura e nel mondo sindacale. E voi, Governo e maggioranza, vi dovete assumere la prima responsabilità, cioè quella di non essere riusciti intorno a questa scelta e nella capacità di coinvolgere il Parlamento in modo adeguato, mettendo insieme questo documento e il cosiddetto Piano di riforma, ma anche coinvolgendo Camera e Senato: insomma, facendone un momento alto di verifica e di progettualità.

Questa volta qui al Senato, con la relazione di minoranza, ci siamo sottratti a questa responsabilità. Forse è ben poca cosa, ma comunque a questa idea dell’Europa federale che investe e innova noi ci crediamo, perché pensiamo che solo così il nostro Paese può diventare un grande Paese e uscire a testa alta da questa maledetta crisi. (Applausi dal Gruppo PD).

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