ITALTEL: CRISI STABILIMENTO CARINI, GOVERNO NON ASSISTA PASSIVAMENTE

gen 14th, 2010 | By admin | Category: News

italtelIl governo non può assistere passivamente allo smantellamento industriale del nostro Paese, soprattutto nel settore delle nuove tecnologie.

La crisi dello stabilimento Italtel di Carini è figlia della miopia di un governo incapace di capire l’importanza strategica del settore tecnologico. Anche in questo campo non esiste nessuna politica economica. Lo dimostra la scelta del governo di posticipare, a dopo la crisi, lo stanziamento necessario per l’infrastrutturazione della banda larga. Ovunque si sta investendo sulle nuove tecnologie per trainare l’economia e superare questo ciclo economico duro e difficile.

Giuseppe Lumia

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  1. Dobbiamo fare tutti gli sforzi necessari per far capire a tutti (cittadini e istituzioni) che non si tratta solo di un problema (pur importante) di difesa dell’occupazione ma di garantire a noi ed ai nostri figli la competitività attuale e futura del sistema paese.
    Deve essere chiaro a tutti l’importanza strategica per il paese di dotarsi di infrastrutture di comunicazione che ne garantiscano la competitività nei confronti della concorrenza estera sempre più agguerrita.
    Solo questa consapevolezza ci permetterà di pretendere dai nostri rappresentanti nelle istituzioni azioni concrete (e non solo slogan…) che creino le condizioni per un rilancio di aziende come Italtel.
    Una politica rinunciataria sul tema delle infrastrutture non può che condannarci ad un inesorabile declino sul piano industriale ed economico a cui non possiamo rassegnarci come cittadini e come lavoratori.

  2. Italtel rappresenta una eccellenza di professionalità nel tessuto industriale italiano e ancor di più nello scenario Palermitano e Siciliano.

    Il personale in gran parte laureato è stato in questo ultimo quarto di secolo sempre più apprezzato a livello Nazionale e Internazionale, non ultimo il risultato ottenuto nel processo di riqualificazione professionale richiesto al 20% del personale e ottenuto con Certificazioni CISCO dall’alto contenuto professionale e di non facile ottenimento.

    Nessuno dei dipendenti coinvolto, si è tirato indietro rispetto alla sfida che a loro si è presentata. L’obbiettivo è stato raggiunto grazie allo studio e ai grossi sacrifici profusi dalle persone (con impegno anche oltre l’orario di lavoro e durante le settimane di Cassa Integrazione).

    Palermo, ma anche l’Italia non può permettersi di perdere questo Know-How, questo patrimonio di conoscenza, voglia di lavorare e impegno. La responsabilità non è dei lavoratori.

    A destra e a manca si parla di Digital Divide, piani di investimenti nella Banda Larga, ADSL e tanto altro.

    Forse non ci rendiamo conto, il mondo sta cambiando, le informazioni hanno bisogno di spazio dove correre veloci, tra qualche tempo oltre al terzo e al quarto mondo sociale, si parlerà di terzo e quarto mondo tecnologico, oggi allo stato delle cose, la scelta che ci si presenta è tra lo scivolare nel quarto mondo tecnologico o ancora tentare di agganciarci al terzo. (E’ sufficiente, per iniziare confrontare le statistiche di penetrazione della rete nelle varie Nazioni)

    Gli investimenti debbono andare in questa direzione, il presidente Americano Obama (quello di: “the buck stops here”) ha investito 7 miliardi di dollari per potenziare l’accesso alla rete internet.

    Da noi cosa si sta facendo? Gli 800 milioni di euro che lo stato doveva investire dove sono finiti ?

    Non ci sono soldi… se il prezzo sarà quello di rinunciare al ponte di Messina o al nucleare, perché gli investimenti possano essere dirottati verso settori che certamente costruiranno benessere, tecnologia, e migliore qualità della vita, vi assicuro e non credo di essere solo, sarò ben felice di aspettare all’imbarco dei traghetti verso Villa San Giovanni, ed avere visto lungo l’autostrada verso Messina pannelli fotovoltaici che producevano, senza inquinare, energia elettrica.

    Mi rivolgo alla classe dirigente di questo Paese, fate vostra la frase di Obama e adoperatevi per scelte assennate, noi ci siamo, ora tocca a voi, prima che sia troppo tardi.

  3. E se dovessero essere fondate le notizie lette sul Corriere della Sera del 12.01.2010 (articolo “Incentivi e banda larga: il tesoretto è prenotato” di Roberto Bagnoli di cui riporto diseguito un estratto) la situazione sarebbe ancora più preoccupante.

    “Tremonti avrebbe detto che le maggiori risorse da destinare per l’ Abruzzo e la nuova sfida per la riforma fiscale (che le indiscrezioni confermano partire da significativi sgravi alle famiglie numerose) hanno ridotto al lumicino il già magro tesoretto da destinare allo sviluppo”.

    Per l’articolo completo ecco il link:

    http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/12/Incentivi_banda_larga_tesoretto_prenotato_co_8_100112026.shtml

  4. A onor del vero la miopia governativa non è (non è stata)
    imputabile unicamente a questo governo (che ha come
    priorità la difesa giudiziaria del proprio leader).
    Colpe o disattenzioni nel settore delle TLC hanno
    interessato anche i governi del centrosinistra.
    Spero che questa sia un’occasione (l’ultima?)
    per invertire la tendenza, per ragionare in termini
    di “bene del paese”, per non rassegnarsi a un
    declino che dobbiamo, con le forze a nostra disposizione,
    contrastare.

    Da elettore del PD mi aspetto un interessamento
    del partito perchè è soprattutto sulle cose
    concrete, sulla capacità di ascoltare “la gente”,
    di risolvere i problemi che la crisi economica
    porta con sè, che il Partito Democratico
    può sperare di tornare a essere maggioranza,
    di togliere consenso a Berlusconi (le alchimie
    politiche, i balletti sulle primarie, le alleanze
    variabili con UDC, IDV, SL… creano solo
    disaffezione).

    Ringrazio il senatore Lumia per la sua attenzione.

  5. E’ incredibile che nell’era dell Information Tecnology un’azienda come Italtel, leader del settore ed ultimo baluardo italiano, minacci la chiusura del comprensorio di Carini (Pa) e preveda un’ulteriore ridimensionamento degli organici (400) su scala nazionale.
    Se si pensa che circa il 50% della rete telefonica nazionale è stata realizzata, nel tempo, da Italtel si può capire l’importanza che ha quest’azienda nel panorama nazionale. Ma, oltre alla rete telefonica nazionale l’Italtel è stata protagonista della realizzazione della maggior parte delle evoluzioni tecnologiche delle trasmissioni voce e dati in Italia contribuendo fattivamente tra l’altro alla realizzazione/diffusione delle reti VOIP.
    In considerazione delle problematiche di pura natura finanziaria in cui versa l’Italtel, la politica locale e nazionale non può astenersi dal supportare i lavoratori della sede di Carini (Pa) e dal sostenere, con iniziative che abbiano un importante ritorno economico, un’azienda strategica per il futuro del paese.

  6. Sono sostanzialmente d’accordo con chi ha scritto prma di me gli altri commenti: “non e’ solo un problema Italtel”. Infatti oggi in Italtel, con la perdita progressiva di posti di lavoro di personale altamente qualificato e specializzato, si paga la miopia di uno Stato che, al contrario dei quasi tutti gli altri Stati europei, ha “mollato” 15 anni fa il settore in mano ai privati (che si sono riempiti le tasche) e se ne e’ completamente disinteressato considerando di fatto il controllo di questo settore qualcosa di “NON STARTEGICO”, con il risultato che la maggior parte delle grandi aziende di TLC presenti in Italia, in mancanza di una strategia politica chiara tesa al rinnovamento delle infrastrutture e dei servizi da realizzare, e’letteralmente sparita: tutti si riempiono la bocca parlando del “rinnovamento delle telecomunicazioni in Italia” (anche della parte relativa alla pubblica amministrazione), ma in realta’ fino ad ora nessuno si e’ mosso: nessuna indicazione politica precisa sulla “direzione da prendere”, nessuna pianificazione che almeno abbozzi le modalita’ da seguire per arrivare alla meta, nessun finanziamento finalizzato a un vero rinnovamento COMUNE della rete di accesso dell’utenza da parte degli operatori che porterebbe, come conseguenza, anche allo sviluppo di nuovi servizi di rete da parte di aziende come Italtel (e quindi di LAVORO): sul fronte politico solo “bla bla” e continui rinvii, su quello privato ognuno cerca di “far fuori” l’altro invece di coalizzarsi per fornire a tutti dei servizi migliori e innovativi.
    Ma non e’ per questo che dobbiamo coprire o non mettere in evidenza i problemi che ci sono anche all’interno di Italtel e del suo management: tra le cause del lento ma inesorabile declino di Italtel ci sono anche:
    -le imposte rinunce a prodotti gia’ sviluppati e considerati non piu’ strategici (ricordo solo che il sistema di accesso a standard DECT, il sistema GSM completo nei suoi sottosistemi, e i prodotti di accesso ai nodi di rete attraverso la tecnologia PON l’Italtel li aveva gia’ 15 anni fa).
    -l’incapacita’, negli ultimi 5 anni, di definire un piano industriale che indirizzasse decisamente allo sviluppo di nuovi prodotti su cui puntare (leggi prodotti a standard IMS) e tagliasse i “rami secchi” di attivita’ non piu’ produttive dirottando i relativi addetti su reparti che, potenziati, potevano garantire l’arrivo dei nuovi prodotti “nei tempi giusti”.
    -le mancate attuazioni di ristrutturazioni reali che portassero non solo alla ridistribuzione delle varie poltrone del management ma ad una vera ridefinizione delle responsabilita’ e dei compiti nei reparti e dei processi di lavoro tra di essi.
    -il continuo avvicendarsi di figure del TOP-MANAGEMENT (ben 3 Amministratori Delegati in poco piu’ di 2 anni, con relativa scorta di “manager” ad essi fedeli), indice di una chiara incertezza decisionale del Consiglio di Amministrazione.

    Nonostante tutto in Italia circa il 100% degli Stadi di Gruppo Urbano (le centrali telefoniche che ospitano l’accesso dell’utenza), il backbone nazionale di Telecom Italia Wirelined Services e quello internazionale di Telcom Italia Sparkle che realizzano la telefonia su I.P. (VOIP), la rete VAS (Value Added Services, per intederci quella di ALICE), e molte altre centrali e realizzazioni di reti VOIP all’estero (dove siamo apprezzati almeno quanto in Italia) sono il frutto di “soluzioni” fornite da Italtel con prodotti Italtel e di terzi, da Italtel integrati grazie alla ricerca applicata che in questa azienda si fa da sempre. Da tutte le parti si dice che la ricerca, in particolare quella applicata, e’ importantissima per lo sviluppo delle nuove tecnologie ma, nelle ormai poche aziende dove essa e’ ancora presente come in Italtel, nessuno fa nulla per aiutarla veramente: i lavoratori di Italtel, i RICERCATORI di ITALTEL non chiedono la carita’ di sussidi statali (come e’ capitato e capita per altre aziende), ma domandano:

    -allo Stato di sostenere l’occupazione e la ricerca del comparto delle telecomunicazioni con decisioni politico-strategiche e investimenti finalizzati al rinnovamento delle relative infrastrutture
    -al loro management di prendere decisioni chiare e rapide per indirizzare le strategie industriali a medio/lungo periodo di Italtel nelle “giuste” direzioni.
    -a entrambi di impegnarsi a far in modo che Italtel compaia sempre, con un suo rappresentante, come “azienda leader” del “sistema Italia” nelle varie delegazioni di imprenditori che accompagnano le visite dei nostri politici all’estero.

    certi che l’attuazione di questi punti fondamentali portera’ alla nascita di nuove opportunita’ di lavoro per questa azienda e all’ammodernamento tanto auspicato della rete di telecomunicazioni Italiane.

  7. Perché ci stupiamo di ciò che sta succedendo all’industria Italiana; Perché ci stupiamo di ciò che sta succedendo alla società civile Italiana, allo sfaldamento continuo e inesorabile di tutti i riferimenti che sono stati costruiti dopo la nascita della nostra Repubblica; Perché ci stupiamo se agli interessi della nazione e di tutti i bisogni collettivi, chi governa ha come solo e unico obiettivo gli interessi di pochi e ad ogni costo; Perché ci stupiamo se chi ha governato la Sicilia e tutti i suoi rappresentanti eletti a livello nazionale ed europeo, non è stato capace di una politica del costruire;
    Strade, porti, ferrovie, metropolitane, aeroporti, parcheggi, infrastrutture telematiche, infrastrutture sanitarie e potremmo continuare ancora in una lista infinita di nulla, dopo 60 anni dalla Costituzione, solo precarietà, solo politica del giorno per giorno, senza progetti e senza quella sana visionarietà che permette di vedere e promuovere anzitempo ciò che domani si incontrerà con i bisogni e le necessità della nazione. Ci siamo dimenticati i modelli virtuosi di quegli imprenditori che ancora oggi rappresentano un sano riferimento da emulare, a tutti i livelli: dall’artigiano al grande capitano d’industria; in cui la meta e il percorso non sono mai stati il mero arricchimento personale, ma una sana condivisione dei risultati e una sana condivisione dei sacrifici. Oggi alla testa della maggioranza delle aziende non ci sono manager con la cultura, l’esperienza e la responsabilità dei veri imprenditori ma finanzieri, il cui solo interesse, sono i numeri in uno schema di bilancio, senza comprendere tutto ciò che dietro a quei numeri esiste, lo stesso patrimonio umano di esperienze e professionalità. È troppo semplice applicare ripetutamente la stessa formula: Bilancio in rosso = riduzione del personale e chiusura di stabilimenti; Mai una seria e ragionata analisi e una successiva azione rivolta a risolvere radicalmente i problemi, il paravento della crisi, aiuta questo modello semplicistico, mai nessuno dei quadri manageriali che venga sostituito dal mancato raggiungimento degli obiettivi, che paghi da errori che hanno come conseguenza la distruzione di intere famiglie. Rimanendo al loro posto, continuano a ripetere pedissequamente quanto già fatto in passato. Mobilità, cassa integrazione, prepensionamenti, LSU, Cococo, Cocopro, lavoratori a progetto, lessico di un quotidiano che non fanno rabbrividire più nessuno, ci siamo abituati a tutto questo nulla di contro, l’unica cosa che sorgono nelle ex aree industriali, sono enormi colossali immensi Ipermercati, ma con quali soldi si può spendere se parimenti non nasce nessuna azienda, dove sono le realtà in cui viene prodotto valore? Solo il nulla!
    Quanto ancora, deve succedere prima che la politica si renda conto che la nazione e in particolare il meridione, sta andando a fondo?
    Tutti noi cittadini, dobbiamo comprendere che senza una nostra totale e incondizionata consapevolezza, che superi gli steccati ideologici e partitici, non ci potrà essere quella spinta positiva che ci porti verso un percorso di sviluppo e progresso e questo lo dobbiamo alle nuove generazioni.

  8. L’Italtel è la “Ferrari” delle telecomunicazioni, in Italia come all’estero operiamo con riconoscimenti di ogni tipo, la qualità ed i prodotti Italtel dovrebbero essere un orgoglio nazionale… ma forse siamo meno “fighi” e le vittorie nei settori ove operiamo non hanno quel risalto nel mondo mediatico/politico/industriale?

    Non voglio entrare nei meandri dei perché di questa crisi dell’Italtel, anche perché sarebbe uno stillicidio di date ed operazioni scellerate, che ad oggi rischiano di portarci al collasso definitivo.

    Quel che posso chiedere è un minimo di attenzione alle istituzioni, affinchè ci si possa veramente accorgere che il tanto decantato “Governo del fare” è solo il “Governo del Promettere”! (vedi gli investimenti tanto decantati per la banda larga, mai elargiti)
    L’Italtel deve restare in vita, deve rimanere del già numero stringato di 1900 unità, la paventata chiusura di Roma o Palermo poi è un offesa alla dignità di quei lavoratori che attorno hanno solo terra bruciata!

  9. La chiusura dello stabilimento palermitano di Italtel e il ridimensionamento di tutto il gruppo, può voler dire solo la morte dell’Italtel stessa, di tutto il patrimonio tecnologico di cui essa è detentrice e il depauperamento di una ulteriore risorsa per il Paese.
    Questo patrimonio ha suscitato favori e plausi ovunque, in Italia e nel Mondo, ma evidentemente ciò non importa. Quello che importa sembra essere solo il risanamento dei conti, non considerando il futuro tecnologico dell’azienda, che con una “Ricerca dimezzata” dovrà ridimensionare sensibilmente i suoi obiettivi e le sue velleità o dovrà “cambiare mestiere”.
    E non importa neanche ai nostri governanti che, da un lato amano fregiarsi del titolo di “Grande Potenza”, parlano di “informatizzazione ed efficienza della P.A” e dall’altro dimenticano che tutto ciò si può realizzare solo con l’ammodernamento delle infrastrutture di comunicazione, con quello che viene definito “Banda larga e ultra larga”
    Mi piacerebbe che fosse CHIARO questo messaggio: l’interessamento delle Iistituzioni a questa vertenza non sarebbe solo per evitare ulteriori “centinaia di famiglie senza più reddito”, ma anche e sopratutto per ridare credibilità a tutto un Paese e alle sue future generazioni.

  10. A proposito delle considerazioni sullo smantellamento di aziende che sono patrimonio del paese, scrivo delle riflessioni circa la situazione dell’Italtel di Castelletto di Settimo Milanese.
    Io ci lavoro da quasi dieci anni. E in questa mia esperienza lavorativa relativamente breve, ho trovato delle costanti. La prima è il progressivo ridimensionamento che l’azienda ha subito. Sia in termini di personale, sia in termini di investimenti. Italtel era una delle poche aziende nazionali che ancora produceva hardware per reti di telecomunicazioni. Ora non produce quasi più nulla di suo ed è sempre più orientata allo sviluppo di software di gestione e di servizi ad hoc per i clienti. E’ chiaro che ogni azienda ha piena facoltà di seguire una linea strategica, cavalcando i cambiamenti del mercato. Il problema è che, nonostante i cambiamenti interni, che non sono mai indolore ma che sono costati diversi tagli di persone e perfino di interi reparti, lo stato di salute dell’azienda non è migliorato. Anzi. Si è sempre più indebolita e sempre più ridotta come organico e come capacità produttiva. E questo processo – di cui oggi stiamo solo vedendo il culmine – è stato lento, graduale, ma inesorabile.
    La seconda costante con cui ho imparato ad avere familiarità è il cosiddetto “rimpasto”. Ogni due-tre anni, cambia l’amministratore delegato e di conseguenza l’assetto dirigenziale e si fanno dei rimescolamenti interni di persone e unità operative. Questo ci può stare in un’azienda delle dimensioni di Italtel, nonostante sia spesso – a mio avviso – uno spreco di tempo e di risorse. Io credo che il riassetto sia un’operazione necessaria solo quando qualcosa non funziona o comunque non funziona al meglio. Se di riassetti se ne vedono così tanti, è più che legittimo porsi delle domande sulla bontà dell’operato dei dirigenti. Negli ultimi due anni i riassetti sono stati ancora più frequenti e destabilizzanti. E il tutto per arrivare dove? A piani industriali che non parlano di progetti, di idee, di investimenti, ma solo e sempre di tagli e in un’unica direzione: taglio di personale dipendente. “Italtel è un aereo che non riesce a decollare perché ha in pancia troppe persone” – questa è una frase dell’amministratore delegato attualmente in carica, pronunciata lo scorso anno alla presentazione del piano strategico per il triennio a seguire. Possibile che l’unica “idea” sia quella di tagliare? Tagliare personale come se i lavoratori fossero delle zavorre insostenibili, che rischiano di affossare l’azienda. Mi chiedo, invece, perché non siano mai messi in discussione i dirigenti, le loro capacità, le loro scelte. Quando si mettono dei lavoratori in cassa integrazione dicendo che sono “scarichi”, scarsamente produttivi, mentre in alcune aree dell’azienda ci sono persone che continuano a fare straordinari, io credo che non sia solo e sempre un problema individuale, di scarsa volontà del lavoratore additato. Penso invece che sia sintomo di una pessima capacità organizzativa. Se il carico di lavoro è 100, perché ci sono persone che ne hanno 90 e altre che ne hanno solo 10? Da poco meno di un anno, in Italtel stiamo facendo ricorso ai cosiddetti contratti di solidarietà. Uno strumento secondo me molto prezioso per permettere ad un’azienda in crisi di rifiatare e superare il periodo nero, senza però perdere quel patrimonio dato dalle conoscenze e l’esperienza del personale in organico. Nel momento in cui il mercato dovesse tornare a sorriderci e fornire nuova linfa ai progetti in corso, sarà più capace di riprendersi un’azienda che ha mantenuto il suo potenziale pressoché intatto. Personalmente poi ho accolto con favore il principio del lavoriamo (e guadagniamo) tutti un po’ di meno, per non lasciare a casa nessuno. Quando ci sono le mezze giornate di contratto di solidarietà, mi capita spesso di uscire tra gli ultimi e notare sempre il parcheggio troppo pieno. A scanso di dubbi, m’è capitato di passare nei pressi dell’azienda anche nel pomeriggio delle “giornate di solidarietà”, aspettandomi di vedere poche pochissime auto parcheggiate. E invece… e invece, ne vedo sempre più o meno la metà di quelle normalmente presenti. Questo significa che i contratti di solidarietà, almeno per le mezze giornate settimanali, interessano circa la metà dei dipendenti. Trovo che sia una presa in giro. Sia per chi affronta un sacrificio con l’idea di aiutare davvero l’azienda a sopravvivere, sia per i soldi pubblici che integrano questa formula. Se un’azienda è in crisi, non lo è solo per metà dei dipendenti. Se continuano ad esserci così tanti “indispensabili” e “insostituibili” vuol dire che l’azienda continua ad essere mal amministrata.
    Io penso che i lavoratori sono una risorsa e che i dirigenti siano coloro che, per meriti o per capacità, dovrebbero organizzare il lavoro in modo da sfruttare al meglio le risorse a disposizione. Eppure ci sono dirigenti che sono storicamente sempre al loro posto e che continuano a godere di quei benefit “irrinunciabili”. Perché qui in Italia è così difficile che si mettano in discussione? Specie quando negli Stati Uniti, cui fin troppo spesso si guarda come modello da imitare, c’è un presidente come Obama che interviene in maniera diretta per tagliare i privilegi di quei dirigenti responsabili di aziende in crisi o in fallimento. E’ qui che dovrebbe intervenire la politica. Ecco, uno dei casi in cui è a ragione che si può prendere esempio da un altro paese. Perché una grande azienda che attraversa uno stato di crisi costa al governo e di conseguenza allo stato. Pesa sul debito pubblico. Pesa sulle tasche dei contribuenti. E questa è una verità tanto più grande quanto più perdura lo stato di crisi. In Italtel è dal 2004 che quasi ogni anno si fa ricorso a strumenti come la cassa integrazione, la mobilità, la mobilità lunga o – come già detto – i contratti di solidarietà. Sono anni che questa azienda accede a strumenti e risorse dello stato. Perché non c’è un controllo più stretto e severo sull’operato dei vertici aziendali? C’è una richiesta di accedere ai cosiddetti ammortizzatori sociali? Ok, è giusto concederli. Ma dopo qualche anno, dovrebbe scattare il dubbio legittimo che questa azienda sia in mano a delle persone di dubbia capacità. E nel caso, si dovrebbe intervenire in maniera forte a livello politico. Non necessariamente rimuovendo dei dirigenti dai loro incarichi, ma quantomeno chiedendo conto di quali sono i progetti e le idee per il rilancio dell’azienda. Verificando quanto è stato realmente fatto rispetto ai propositi dichiarati nel momento in cui c’è stata la richiesta per avere, ad esempio, dei posti di mobilità lunga. Noi dipendenti, anche attraverso i sindacati, non siamo ancora riusciti a capirlo. Siamo alle prese con vertici aziendali ermetici, arroccati nella loro posizione decisionale senza fornire spiegazioni, senza dare un’idea di dove stiamo andando, di quali siano le prospettive. Questo non porta certo ad un clima sano. E’ difficile far funzionare un’azienda quando al suo interno c’è così tanta incertezza e timore per quel che sarà. Ogni anno sappiamo solo che ci saranno nuovi esuberi e ogni anno ognuno di noi spera sempre di non essere tra questi. Ma se i vertici aziendali non rendono conto a noi dipendenti, possono e anzi devono rendere conto a chi elargisce aiuti e strumenti di sostegno. Ecco come la politica può intervenire per salvare davvero un’azienda. Ecco quello di cui mi piacerebbe si parlasse spesso dentro le aule del parlamento. Ecco quello che chiedo a lei e a chi ha ancora in cima ai propri obbiettivi quello di lavorare davvero per il bene comune.

    Grazie per l’attenzione,
    R.

  11. Ricordo a tutti i dipendenti della sede di Carini che oggi (18/01/2010) alle ore 20:00, su iniziativa del consigliere Monteleone, è prevista una seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Carini per discutere dellla vertenza in atto sulla sopravvivenza del comprensorio ITALTEL di Carini nonché sul mantenimento dei livelli occupazionali.
    L’invito a partecipare è rivolto, oltre che a tutti i dipendenti ITALTEL, anche quegli uomini politici che vogliano supportare tale vertenza.

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